Si chiude la stagione Europea 22-23 con l’ultimo atto. La finale di Instambul consegna la prima Champions League al Manchester City e chiude le speranze di portare una coppa europea in Italia.
Lo scenario peggiore si è alla fine materializzato per le tre squadre italiane approdate, più o meno inaspettatamente, in finale delle 3 rispettive competizioni europee. Si deve parlare di fallimento o si può considerare un punto di partenza per il futuro? In queste righe butterò fuori tutto quello che mi è passato per la mente guardando le partite. Saranno i deliri di un tifoso deluso mischiati alla parte razionale del mio cervello di quello che voleva fare il giornalista sportivo. Buona lettura.
Andando in ordine cronologico mi sento di dire che la tendenza e l’approccio delle squadre italiane all’Europa League è cambiato nel recente passato. La Roma ha percorso un cammino importante verso la finale, dimostrando finalmente una certa superiorità sulle squadre di campionati “minori”. Con superiorità non si parla solo di gioco ma anche e soprattutto della capacità di superare i turni ed arrivare in fondo alle competizioni in qualsiasi modo possibile.
Ma parliamo della finale, quanto rammarico c’è? Io direi tanto. La squadra di Mourinho, al contrario di quanto ci si potesse aspettare, ha condotto per larghi tratti la gara senza concedere più di tanto ad un Siviglia, non nella sua stagione migliore, ma in ogni caso pieno zeppo di giocatori di qualità. La squadra della capitale avrebbe, a mio avviso, meritato di vincere la partita all’interno degli oltre 120 minuti di gioco, considerando una direzione di gara, sempre secondo il mio punto di vista, fortemente penalizzante per i giallorossi.
L’inevitabile avvicendamento dei rigori ha riaperto una ferita che la squadra non ha saputo curare durante tutto l’anno. Sono stati tanti, troppi e da troppi giocatori, i rigori sbagliati in stagione dai giallorossi e ciò si è dimostrato anche nella lotteria della finale, dove i primi 3 rigori sono stati battuti da giocatori non propriamente adeguati a quel compito, in quel momento. È vero che in queste situazioni i rigori li tira chi se la sente di più ma trovo francamente ingiustificato che nessun giocatore offensivo abbia calciato nei primi 3 slot che sono poi risultati decisivi.
Negli ultimi due anni va dato atto alla Roma e soprattutto a Mourinho di aver raggiunto due finali Europee dando credito ad un allenatore che spesso viene criticato per il gioco delle sue squadre ma che va ammesso, ha un grande pregio nella lettura delle partite, soprattutto quelle da “dentro o fuori” e la capacità di tirar fuori il massimo e forse anche qualcosa in più dai suoi giocatori.
Passiamo alla Fiorentina, forse la finalista più inaspettata tra le 3. La viola è arrivata a questa finale sconfiggendo alcune importanti realtà del calcio medio/alto Europeo riservandosi forse il compito più difficile proprio per la finale: Il West Ham di Moyes. La squadra londinese, reduce da un campionato abbastanza travagliato, è un mix della fisicità e grinta tipicamente inglese mischiato ad una grande tecnica e qualità, data soprattutto dal suo reparto offensivo.
Prima della partita, sono sincero, non avrei dato nemmeno una chance alla squadra di Italiano. Per le premesse fatte in precedenza la Fiorentina, con i suoi problemi realizzativi e con la sua difesa alta sembrava la vittima sacrificale perfetta per la squadra britannica. La gara ci ha raccontato tutt’altro. Un’ottima Fiorentina ha dominato in lungo e in largo la prima parte del confronto con un calcio vivace e scoppiettante creando diverse occasioni da gol e senza rischiare praticamente nulla. Allo scadere del primo tempo passa addirittura in vantaggio con il gol della redenzione di Jovic che viene però annullato per qualche centimetro di fuorigioco. Nella ripresa il West Ham si scuote un po’ ma sembra comunque inconsistente ed intanto il gol viola non arriva. Si può dire che la Fiorentina abbia perso questa gara per due distrazioni? Credo di sì. Il vantaggio dei londinesi arriva da una giocata stile Stoke City di Delap: rimessa in area di rigore da 40 metri e sfortunato tocco di mano di Biraghi; il gol decisivo invece è da imputare ad una mancata lettura dei due centrali che hanno spalancato la via ad un velocissimo e lucidissimo Bowen. Nel mezzo un capolavoro di Jack Bonaventura e un rigore in movimento sbagliato da Mandragora.
Italiano ha senz’altro guidato alla finale, con merito, una squadra dal gioco ambizioso ed intrigante; si può sicuramente rammaricare di un atteggiamento difensivo “poco prudente” ,soprattutto al 90⁰ minuto, e di qualche sua scelta che è andata un po’ a penalizzare la fantasia della squadra. Tanta qualità è rimasta in panchina fino a poco dalla fine, Saponara e Barak su tutti. Peccato.
Vanno dedicate sicuramente due righe sulla situazione spalti. Biraghi, oltre ad una marea di bicchieri di plastica è stato colpito da una sigaretta elettronica riportando una ferita sulla testa. Tutto questo successo in uno dei primi corner battuti nella gara. Uno scomodo precedente che credo peserà sulle future situazioni simili. Trovo abbastanza uno scempio la decisione di non sospendere, almeno momentaneamente, la partita facendo uscire i giocatori dal terreno di gioco; anche solo per dare un segnale. Mi auguro saranno prese decisioni forti da parte della UEFA verso il West Ham ed i suoi tifosi perché questa situazione è stata a dir poco inaccettabile.
L’ultima speranza azzurra è rappresentata da quella che sembrava la sfida più difficile. La finale di Champions rappresenta un vero e proprio Davide contro Golia. Il City più affamato che mai sconfigge l’Inter in una gara molto meno scontata di quanto si prevedeva all’inizio.
Parliamoci chiaro, la partita è stata tutt’altro che divertente. Uno dei peggiori City della stagione ed un Inter molto sotto al livello delle ultime prestazioni, soprattutto in Champions. Si è percepita fin da subito la tensione delle due squadre che hanno pensato inizialmente a sbagliare il meno possibile. La squadra di Guardiola ha provato a fare qualcosa in più senza essere troppo pericolosa per Onana e compagni che, va detto, hanno fatto una grande prova difensiva. Dall’altra parte gli uomini di Inzaghi hanno prodotto poco o niente; alcune prestazioni dei neroazzurri sono da considerarsi insufficienti come quella di Calhanoglou, di Brozovic, poco pericoloso il reparto offensivo.
La partita si stappa, come spesso succede in questi casi, con il vantaggio del City. Da quel momento si contano 4 o 5 occasioni per le due fazioni di cui almeno un paio clamorose. Un errore grossolano a pochi passi da Ederson ed una “parata” involontaria su tiro di Dimarco non permettono a Lukaku e all’Inter di trovare un pareggio che probabilmente avrebbe anche merito nel finale di gara.
In linea di massima mi sento comunque di dire che la squadra di Manchester abbia meritato la vittoria, sia perché la compagine più forte in campo, al netto di tutto, sia perché è stata quella che ci ha provato di più. Il cammino dei Citizens è stato, inoltre, molto più travagliato: per arrivare ad Instambul la squadra degli sceicchi ha dovuto eliminate le ultime due vincitrici della competizione, Bayern Monaco e Real Madrid.
Il bilancio di queste tre finali è stato pessimo, ma la tendenza e l’abitudine per le società italiane ad arrivare sempre in fondo nelle competizioni europee è una convinzione importante da portare avanti. Si potrebbe dire che le squadre italiane sono uscite tutte a testa alta ma questo ha poco valore. Nella speranza di ritrovarsi tutti gli anni a discutere di italiane in finale, concludo ricordando che nella notte di domenica 11 giugno anche gli azzurrini della nazionale under 20 hanno perso una finale. L’1-0 negli ultimi minuti di gara consegna la coppa del mondo all’Uruguay dopo un grande cammino dei ragazzi di Nunziata.
L’evento conclude una settimana nera per il calcio della nostra nazione ma allo stesso tempo regala grande speranza per il futuro. PS In Italia i giovani (forti) ci sono. Ma questo è tutto un altro discorso.